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OPERATIVITA' » Etf
  1. #481
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    L’economia indiana potrebbe beneficiare delle sanzioni all’Iran

    Acaval donato non si guarda in bocca. L’Iran preferirebbe vendere il suo petrolio in dollari, ma le sanzioni potrebbero costringerla ad accettare le rupie dell’India, il suo secondo acquirente più importante. Nuova Delhi è contraria alle sanzioni all’Iran per ragioni politiche - il suo principio è quello di seguire le Nazioni Unite, non gli Usa. Ma poiché circa il 12% del petrolio indiano proviene attualmente dall’Iran, il paese ha anche buone ragioni economiche per mantenere i rapporti con la sempre più isolata repubblica islamica. Uno sconto sul prezzo di mercato del greggio, che per l’India rappresenta due terzi del bilancio delle importazioni, sarebbe senz’altro ben accetto: i prezzi più bassi sosterrebbero gli utili delle imprese e renderebbero meno oneroso il costo dei sussidi a carico dello Stato. D’altronde, questo non è un momento in cui Nuova Delhi può insistere troppo sui principi, non dopo la correzione al ribasso del dato sulla crescita del Pil di quest’anno, ritoccato al 7%, e con un deficit di bilancio che si appresta a sfondare la soglia del 6% del Pil. Se l’Iran perdesse l’India come acquirente, sarebbe costretto a contare ancora di più sulla Cina per piazzare la sua produzione. I grandi gruppi petroliferi cinesi sono negoziatori assai più agguerriti delle deboli controparti indiane, perciò la posizione negoziale dell’Iran non è delle migliori. Per l’India, il piano A è quello di continuare a pagare in dollari usando una banca turca come intermediario. Se dovesse fallire, il piano B potrebbe contemplare il pagamento in rupie. L’India potrebbe avere un doppio guadagno, ottenendo un prezzo più basso per il petrolio e acquisendo lo status di cliente irrinunciabile. Sul fronte diplomatico, tuttavia, la sua posizione rischia di apparire un pò troppo opportunistica. L’India può sostenere che gli iraniani siano ancora in difficoltà per le sanzioni e siano costretti ad accettare una valuta che non desiderano, manon è una tesi convincente, soprattutto se è l’India a trarne tutti i benefici. D’altra parte, le sanzioni delle Nazioni Unite all’Iran potrebbero annullare l’intero accordo - lasciando l’India con le ossa rotte e a corto di petrolio. [JEFF GLEKIN
    Ultima modifica di fanta; 25-01-12 alle 09:54

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    Flotte sovradimensionate e domanda comodity in freanata

    Noli per i carichi secchi dimezzati da inizio anno

    Il Baltic DRY Index in caduta libera


    La sua validità come anticipatore delle sorti dell'economia è oggi un po' appanata, secondo molti analisti. C'è da augurarsi che abbiano ragione, perché il Baltic Dry Index, riferito ai noli per i carichi secchi, ha assunto un andamento davvero allarmante: nel 2012 l'indice non ha fatto che scendere, accumulando un ribasso del 55 per cento. Il valore di ieri, 784 punti, è il più basso da novembre 2008, quando il mondo era in recessione. All'epoca si arrivò a un minimo di 733 punti e sotto 700 non si è mai scesi dal 1986.
    Col tempo, il Baltic Dry è diventato un indicatore sempre più "cinese": è Pechino ormai a dominare il commercio marittimo di materie prime, in particolare quelle "secche", come il minerale di ferro (che costituisce un terzo dei carichi) e il carbone. Le festività del Capodanno lunare, in corso questa settimana, hanno senza dubbio accentuato la debolezza dei noli e lunedì il ritorno dei cinesi dalle ferie potrebbe favorire una ripresa. Ma tutto ciò non basta a spiegare la caduta verticale del Baltic Dry Index.
    I noli sono crollati per tutte le categorie di navi e su qualsiasi rotta, a livelli che in molti casi non bastano neppure a ripagare i costi di navigazione. Costi che peraltro si sono impennati, a causa dei rincari del bunker fuel, l'olio combustibile usato dalle navi: il prezzo benchmark a Singapore sfiora ormai il record storico di 759 $/tonn. (toccato a luglio 2008), sostenuto dal boom della domanda di olio combustibile delle centrali giapponesi, dopo il disastro nucleare di Fukushima, e da una strutturale riduzione dell'offerta. Le raffinerie, sempre più sofisticate, riescono oggi a estrarre dal greggio quantità crescenti di benzina e diesel, a scapito del fuel oil, prodotto residuale della lavorazione che, fino a poco tempo fa, era di scarso valore.
    Anche i noli scontano un problema strutturale: la flotta è oggi sovradimensionata rispetto alle necessità. L'inattesa esplosione della domanda cinese di materie prime a metà dello scorso decennio – che ha spinto il Baltic Dry Index fino a un picco di 11.793 punti nel 2008, 15 volte i livelli attuali – ha indotto a mettere in cantiere un numero eccessivo di navi, molte delle quali varate proprio nelle ultime settimane. È i indiscutibile, tuttavia, che vi sia anche un aspetto legato alla domanda : l'economia non crollerà come il Baltic Dry Index, ma sta rallentando e una frenata nel commercio mondiale – e dunque nel trasporto di merci – è da mettere in conto.
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  4. #483
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    Una bussola per gli Etf


    Ecco i criteri più importanti da tenere in considerazione quando si confrontano diversi Exchange traded fund.


    Il mercato degli Exchange traded fund sta diventando sempre più affollato, con un numero sempre maggiore di prodotti e di emittenti. Il costante sviluppo del settore e la crescente complessità dei prodotti spesso lasciano perplessi molti investitori, i quali si perdono nel labirinto delle offerte e delle pubblicità.Senza entrare in dettagli troppo tecnici, occorre tenere a mente tre aspetti fondamentali quando si confrontano diversi Etf. “Innanzittutto, occorre conoscere l’indice, capire la struttura del replicante e infine valutare i costi totali”, afferma Gordon Rose, analista Etf di Morningstar, in una nota. “Questo elenco non è affatto esaustivo, in quanto ci sono molti punti da considerare quando si valutano degli Etf, ma è comunque un buon punto di partenza, specialmente per gli investitori privati”.Si parte dall’indice
    In primo luogo, quindi, gli investitori devono valutare quale indice è più coerente con gli obiettivi di investimento. Visto che ogni benchmark è diverso, gli investitori hanno bisogno di capire come è composto. Ad esempio, il rischio di un’eccessiva concentrazione in singole azioni o in settori specifici è abbastanza facile da individuare. “Alcuni fornitori di indici utilizzano tetti massimi per il peso dei singoli componenti o dei settori per evitare tale concentrazione. Il gigante petrolifero Petrobras, per esempio, rappresenta circa il 20% dell’Msci Brazil. Il disastro petrolifero avvenuto nel Golfo del Messico nel 2010 è un ottimo esempio dei potenziali pericoli di tale concentrazione”, prosegue la nota.
    È anche importante capire la metodologia di ponderazione dell’indice. “La maggior parte dei benchmark è costruito utilizzando il metodo di ponderazione basato sulla capitalizzazione di mercato”, commenta Rose. “Ciò può causare alcuni problemi durante le bolle, per esempio la bolla tecnologica alla fine del 1990, in quanto può portare a un’eccessiva concentrazione in azioni sopravvalutate”. Ma questo non riguarda solo i replicanti azionari, ma anche per quelli del reddito fisso.Il metodo di replica clicca qui.
    Oltre a comprendere la costruzione del benchmark, è molto importante capire il metodo di replica.
    Esistono due modalità: quella fisica (l’emittente compra direttamente i titoli dell’indice) e quella sintetica, detta anche swap-based (l’emittente fornisce la performance dell’indice tramite un contratto swap stipulato con una banca d’affari). Entrambe le repliche presentano vantaggi e svantaggi, quindi la scelta rimane personale e dipendente dai propri bisogni individuali. Morningstar ha pubblicato diverse analisi e numerosi articoli al riguardo. Per leggere una breve sintesi delle ricerche Morningstar.Uno sguardo ai costi
    Infine, gli investitori devono sempre considerare i costi totali in capo ad uno strumento d’investimento; costi, che spesso vanno al di là dell’indice Ter (Total expense ratio). Il Ter, che rappresenta la porzione che verrà detratta dal Nav (Net asset value) del fondo per pagare il lavoro del manager, è il costo. “Tuttavia, gli investitori non devono trascurare altre voci, come i costi di negoziazione”, afferma Gordon Rose. “Questi includono le commissioni di intermediazione e lo spread denaro-lettera”.
    “Un’altra voce da tenere in considerazione è la tracking difference, ovvero lo scostamente tra la performance dell’Etf e quella dell’indice”. Essa è già in parte considerata nel Ter, ma non totalmente. “È anche importante distinguere la tracking difference dal tracking error, il quale misura la volatilità di breve termine dell’Etf confrontata con quella dell’indice.” Una possibile causa della tracking difference può essere il metodo di replica oppure la politica di distribuzione dei dividendi.

    Etf, il costo tutto incluso


    Oltre il Ter, l’investitore deve tenere in considerazione gli oneri per mantenere in portafoglio lo strumento e l'impatto del mercato sui prezzi.

    Per un investitore in Etf, una delle analisi più importanti è quella sui costi. Ma il Ter (indicatore sintetico di spesa) non basta da solo a determinare l’onere dell’investimento in Exchange traded fund. Morningstar ha elaborato una misura “all- in cost”, che tiene conto di tutti gli elementi rilevanti, escludendo le distorsioni tipiche di molti indicatori tradizionali.Tracking error giornaliero
    Oltre al Ter, un elemento rilevante è il tracking error, che misura la capacità di un Etf di replicare un indice nel modo più fedele possibile. Come ha spiegato Bradley Kay, direttore dell’analisi quantitativa di Morningstar, durante la Morningstar investment conference di Vienna, ci sono tre tipologie di fattori che determinano tale scostamento. La prima è di lungo termine e cattura gli elementi persistenti, quali le commissioni di gestione, i costi di ribilanciamento dei portafogli, i ricavi derivanti dal prestito titoli e dalle operazioni di pronti contro termine, e, infine, i costi derivanti da swap e contratti derivati.
    La seconda tipologia cattura le cause tecniche e legate al timing. Il caso più emblematico è quello del diverso fuso orario tra il Paese dove è quotato l’Etf e quello dell’indice di riferimento. Pensiamo ad esempio a un replicante sugli Stati Uniti negoziato in Italia. I fattori tecnici possono determinare scostamenti anche di 100 punti base e sono la fonte principale di tracking error per il reddito fisso, i metalli preziosi e gli azionari internazionali.La terza tipologia è rappresentata da fattori come l’ottimizzazione del portafoglio o il campionamento (qualora l’Etf non replichi l’intero paniere), oppure il ritardo nell’investimento della liquidità. Questi elementi non hanno effetti nel lungo termine, ma possono determinare degli scostamenti per certi periodi di tempo.In ragione di queste considerazioni, Morningstar ha introdotto il calcolo giornaliero del tracking error e l’estimated holding cost, che misura i costi per tenere in portafoglio l’Etf.L'impatto del mercato
    Un altro elemento dell’all-in cost è rappresentato dalla liquidità, misurata da Morningstar attraverso il cosiddetto “impatto del mercato”, che rappresenta quanto ciascuna transazione è in grado di muovere il prezzo dell’Etf rispetto al suo valore equo. Questo indicatore tiene in considerazione i volumi negoziati e lo spread bid-ask. Esso è maggiore nel caso di replicanti con un ammontare di transazioni esiguo.
    Per un investitore, l’all-in cost ha il vantaggio di dare una rappresentazione realistica dei costi sostenuti, partendo da input semplici, quali la durata dell’investimento, le dimensioni della transazione e le commissioni. Negli strumenti a replica passiva i costi fanno la differenza, ma spesso l’informazione sul tema si ferma al solo Ter. Questo nuovo indicatore, che entrerà a far parte delle analisi svolte da Morningstar sugli Etf ed è già presente nella sua banca dati per istituzionali, rappresenta un passo verso la trasparenza di strumenti che proprio su tale aspetto hanno costruito il loro successo.Per leggere il documento metodologico, clicca qui.

  5. #484
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    Metalli, petrolio e grano in rialzo


    La prospettiva di tassi di interesse vicini allo zero almeno fino al 2014 negli Usa continua a galvanizzare i mercati delle materie prime. I rialzi più forti ieri si sono visti tra i metalli non ferrosi, ma anche quelli preziosi hanno continuato per buona parte della giornata a correre, con l'oro che ha superato 1.730 $/oncia, prima di ripiegare in seguito ad un recupero del dollaro. Anche il petrolio ha moderato i rialzi in chiusura e il Brent si è atestato a 110,79 $/barile (+0,9%). Sui mercati agricoli gli unici ribassi riguardano caffè robusta (-0,8%) e cotone sodo (-1,4%). Le esportazioni Usa di frumento e mais, balzate la settimana scorsa ai massimi da 4 e 3 mesi rispettivamente, hanno sostenuto i cereali, ma al Cbot il mais ha finito col chiudere piatto (contro il +1,9% del grano).
    Carbone, Cina prima per import

    Fino al 2009 era stata una fonte di offerta di carbone. Oggi, appena tre anni dopo aver conquistato a sorpresa lo status di importatrice netta, la Cina è diventata il primo importatore mondiale della materia prima, soffiando al Giappone un primato che resisteva da quattro decenni. I dati definitivi sul 2011 mostrano che Pechino ha acquistato all'estero 182,4 milioni di tonnellate di carbone, il 10,8% in più rispetto all'anno precedente. Tokyo, viceversa, ha importato il 5,1% in meno, ossia 175,2 milioni di tonn.
    Il sorpasso è stato favorito dalla catastrofe di Fukushima, che in Giappone ha messo temporaneamente fuori uso alcune centrali elettriche a carbone e buona parte degli impianti siderurgici (l'import di carbone da coke è crollato 9,4% tra gennaio e novembre, a 63,5 milioni di tonn, contro il -0,4% del carbone termico, a 101,2 milioni di tonn). È tuttavia possibile che i nuovi rapporti di forza sul mercato si mantengano invariati, almeno per quest'anno. «In Cina – osserva Hirofumi Furukawa, del Japan Coal Energy Center – la produzione mineraria è regolata dal Governo. I costi stanno salendo e il carbone straniero in confronto è più conveniente, quindi ci sarà la tendenza a importare». «Alcune stime – ricorda l'esperto – indicano che nel 2012 l'import cinese potrebbe anche arrivare a 200 milioni di tonnellate, mentre gli acquisti del Giappone dovrebbero mantenersi stabili».
    Con una produzione locale che supera 3 miliardi di tonn. l'anno, la Cina – nonostante i consumi crescenti – non è a corto di carbone. L'inadeguatezza della rete dei trasporti, tuttavia, complica le consegne dalle miniere alle aree industriali dove il carbone viene utilizzato. I prezzi, soprattutto in alcuni periodi dell'anno, tendono a salire parecchio e spesso sono superiori a quelli internazionali, spingendo ad importazioni "opportunistiche". Il fabbisogno di carbone della Cina nel frattempo cresce ad un ritmo robusto, non solo a causa della creazione di nuove centrali elettriche, ma anche per l'impulso all'urbanizzazione, che spinge l'industria del cemento (secondo consumatore di carbone termico) e per il vorticoso sviluppo delle imprese siderurgiche (che invece necessitano di carbone da coke).
    L'export netto di carbone dalla Cina, ricordano gli analisti di Barclays Capital, è cresciuto fino al 2003, quando raggiunse 66 milioni di tonnellate. «Dal 2003 al 2008 le importazioni sono più che triplicate, mentre le esportazioni sono scese del 51 per cento. Il risultato è stato che l'export netto è crollato as appena 4 milioni di tonn. nel 2008, una diminuzione del 93% in un periodo di appena sei anni».
    Nel 2009 – non a caso un anno di forte discesa dei prezzi internazionali, a causa della recessione – Pechino ha sorpreso il mondo con importazioni nette di oltre 60 milioni di tonnellate. Da allora la Cina rappresenta l'ago della bilancia per gli equilibri sui mercati internazionali del carbone. «Qualunque evento o decisione venga presa in Cina – afferma l'Agenzia internazionale per l'energia nel suo ultimo rapporto sul carbone – nei prossimi cinque anni potrà avere un effetto spropositato sui prezzi del carbone e dunque anche su quelli dell'elettricità in tutto il mondo. Per capire perché, basta pensare che il mercato domestico cinese è grande più di tre volte gli scambi internazionali di carbone».

  6. #485
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    Bruxelles rafforza i piani per le commodity

    BRUXELLES. Dal nostro corrispondente
    Una decisione dell'Organizzazione mondiale del commercio questa settimana ha riportato d'attualità un tema che preoccupa non poco l'industria europea: l'approvvigionamento di materie prime, penalizzato da una domanda in crescita e nuove tendenze al protezionismo. La Commissione europea si sta adoperando per trovare soluzioni. Accordi bilaterali sono in programma nel 2012, anche con la Groenlandia.
    L'Omc ha stabilito lunedì che l'export cinese in questo settore è ostacolato da restrizioni, confermando una presa di posizione del luglio scorso e venendo incontro alle proteste dell'Unione. Il commissario al Commercio, Karel De Gucht, ha reagito positivamente: «La sentenza dell'Omc dà merito ai nostri sforzi di garantire un accesso equo alle materie prime, così indispensabili per l'industria europea».
    La Commissione ha stilato una lista di 14 commodities, dal cobalto al platino, a rischio di protezionismo. «Il nostro obiettivo è diversificare le fonti di approvvigionamento», spiega Antonio Tajani, commissario all'Industria. Nel 2010, il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, aveva scritto a Bruxelles per ricordare l'intenso uso italiano di materie prime, dalla bauxite al litio, nell'automobile, nell'elettronica o nella chimica.
    Con la modernizzazione dei Paesi emergenti la domanda è cresciuta. Nel contempo la crisi economica ha contribuito all'innalzamento di barriere all'export. Come faceva notare qualche giorno fa il dipartimento americano all'Energia, il 95% delle forniture mondiali di terre rare viene dalla Cina. La società pubblica Inner Mongolia Batou Steel Rare-Earth controlla il 60% dell'offerta (e quindi monopolizza i prezzi). Queste materie prime sono essenziali per produrre Dvd, schermi piatti per computer o televisioni, telefoni cellulari, pale eoliche.
    Un anno fa la Commissione ha pubblicato un rapporto in cui ha spiegato la strategia europea in questo campo. Si basa su tre pilastri: assicurare un approvvigionamento equo e sostenibile di materie prime, migliorare l'offerta nell'Unione, promuovere il riciclo dei rifiuti.
    Nel 2012 Tajani ha in programma alcuni viaggi per firmare accordi bilaterali, con tappe in Svezia, Messico, Cina, Vietnam, Argentina e Groenlandia, dove dovrebbe recarsi in maggio. Alla fine di gennaio, lo stesso commissario ha organizzato qui a Bruxelles una conferenza a cui ha invitato esponenti dei Paesi africani, spesso produttori di materie prime.

  7. #486
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    Etf, il 2012 è l’anno delle regole

    L’industria ha i numeri per crescere, ma i cambiamenti normativi avranno un ruolo fondamentale.

    Il 2012 sarà l’anno della regolamentazione per l’industria europea degli Etf. Ma anche quello che vedrà ancora flussi di capitali dirigersi verso i prodotti passivi. E’ questa la previsione degli analisti di Morningstar, i quali sono convinti anche che la gran parte dell’innovazione riguarderà gli indici. Nuove regole
    Dopo il 2011, che è stato definito l’anno del “Bogeyman” (figura leggendaria che corrisponde al Babau in Italia), per gli allarmi lanciati sugli Etf, ora è il momento della normativa. L’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha recentemente pubblicato un documento di consultazione che non si limita a proporre le linee guida future per i replicanti, ma anche per i fondi comuni che utlizzano derivati, ricorrono al prestito titoli e quindi implicano un rischio di controparte.

    Un altro cambiamento normativo potrebbe riguardare la direttiva Ucits sugli organismi di investimento collettivo del risparmio. A questo proposito, gli analisti di Morningstar sono convinti che l’approccio alla classificazione degli strumenti finanziari debba essere olistico e non limitato alla dicotomia tra prodotti complessi e non. Si tratta di considerare come rischio di controparte non solamente quello che deriva dall’uso di swap (contratto derivato che consiste nello scambio di flussi di cassa tra due parti).
    Il ruolo del retail
    Le novità in campo legislativo avranno un ruolo fondamentale nell’ampliare la base di investitori privati in Etf. Ad esempio, distinguere tra strumenti complessi e non rischia di svantaggiare a priori i replicanti sintetici, senza tenere conto dei vantaggi che presentano e dei diversi livelli di copertura dei rischi che offrono.

    La questione è molto delicata. Secondo un sondaggio svolto da Morningstar nel Regno Unito, da marzo a novembre 2011 è cresciuta la percentuale di investitori che dichiarano di prestare più attenzione al metodo di replica, nella scelta dell’Etf in cui investire, ed è aumentata la preferenza per i “fisici” (il paniere dell’Etf è composto dai titoli dell’indice di riferimento). E’ significativo che nella seconda parte dell’anno, i flussi netti siano stati negativi per gli swap-based.
    Nel complesso, gli esperti prevedono un’ulteriore espansione del mercato europeo degli Etf nel 2012. Gli istituzionali continueranno a rappresentare la quota maggiore, anche se i cambiamenti regolamentari nell’operato dei promotori finanziari in alcuni Paesi, come l’Inghilterra e l’Olanda, potrebbero favorire la crescita della percentuale di privati.
    L’innovazione passa dagli indici
    Gli analisti di Morningstar indicano il reddito fisso, come la tipologia con le migliori prospettive, dopo un 2011 che ha visto deflussi dagli Etf obbligazionari per quasi 2 miliardi di euro a livello europeo. L’industria, inoltre, deve trovare nuove vie di crescita, in quanto quella dell’imitazione, che insiste sugli stessi benchmark, è ormai arrivata al capolinea. La direzione futura sembra, dunque, essere l’innovazione degli indici, una strada già intrapresa da alcuni emittenti (si pensi ad esempio agli equal weighted o ai fundamental index), che apre nuove sfide in termini di trasparenza nei confronti degli investitori finali.






  8. #487
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    Le materie prime frenano i conti di Bhp Billiton

    Bhp Billiton sta ancora volando alto, ma non più come prima.

    I risultati provvisori, che hanno mostrato il primo calo delle entrate nette in tre anni, indicano che il superciclo delle materie prime sta perdendo forza. La strutturale fase di crescita delle materie prime - alimentata dall’allentamento monetario, da una dilagante crescita della domanda in Cina e da una offerta in qualche modo frenata - non è affatto finita. Ma poiché alla fine le condizioni monetarie più restrittive si fanno sentire e l’intensità della domanda cinese di materie prime raggiunto il picco, le società minerarie potrebbero essere di fronte a un periodo più moderato. I risultati di Bhp non sono stati negativi.
    Il minerale di ferro è stato eccezionale - i volumi e i prezzi realizzati sono entrambi aumentati a/a. Il margine operativo del 42% di Bhp è stato il doppio della media del settore. Eppure è anche diminuito ininterrottamente, il che riflette le continue pressioni salariali e un calo dei prezzi dei metalli comuni. Bhp punta su un’efficiente gestione di bassi costi, le attività con una lunga durata di vita significano che è ben posizionata per resistere a un periodo di prezzi bassi. I costi del lavoro rimangono un problema - sebbene Bhp affermi che oltre l’80% dell’attuale inflazione dei costi è ciclico e non strutturale. Il grande problema è la domanda. La debolezza in Europa e la crescita più lenta in Cina hanno influito negativamente sui prezzi delle materie prime nel secondo semestre del 2011. Sebbene la maggior parte degli osservatori preveda un’accelerazione della domanda cinese quando la stretta monetaria si allenterà, vale la pena domandarsi per quanto tempo il boom dei materiali cinesi potrà durare. Gli analisti di Ubs ritengono che la costruzione di immobili cinesi e l’impiego di acciaio, le due maggiori fonti di domanda di minerale di ferro, potrebbero avere già toccato il punto massimo come percentuale del Pil reale del Paese. Anche se la domanda pro capite continuerà a crescere, poiché il settore delle costruzioni induce i cittadini dell’entroterra e quelli più facoltosi ad acquistare più auto e lavatrici, i giorni in cui la domanda di acciaio potrebbe superare la crescita del Pil cinese potrebbero essere contati. [KEVIN ALLISON]

  9. #488
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    In caduta le scorte di mais e soia

    La siccità che ha colpito il Sud America è destinata ad accentuare gli squilibri sui mercati del mais e dei semi di soia: per entrambi la stagione in corso dovrebbe concludersi con una produzione insufficiente a soddisfare i consumi globali, con una conseguente riduzione delle scorte. Il rapporto mensile del dipartimento Usa per l'Agricoltura (Usda) ha cofermato una situazione che agli occhi degli investitori era già ben chiara. Dopo un'iniziale fiammata, le quotazioni dei due prodotti al Cbot si sono dunque afflosciate: è mancato l'effetto sorpresa. Sia il mais, sia i semi di soia, tuttavia, sono già in tensione da tempo e ieri, prima di ripiegare, si sono spinti rispettivamente ai massimi da uno e da tre mesi, alimentando il timore che i prezzi alimentari possano continuare a correre.
    La Fao proprio ieri ha comunicato che il Food Price Index, specchio dei prezzi internazionali di 55 prodotti, in gennaio è risalito per la prima volta da sei mesi e mettendo a segno un rialzo di ben l'1,9%, il più forte da undici mesi a questa parte. L'indice, ora a 214 punti, resta comunque inferiore del 7% rispetto a gennaio 2011. I rincari hanno riguardato tutte le categorie di alimenti, ma soprattutto oli e cereali. E secondo Abdolreza Abbassian è probabile che proseguano anche in febbraio: «Il mese è cominciato con una tendenza rialzista. Le Borse stanno andando abbastanza bene, il dollaro è in ripresa e i prezzi dell'energia sono molto alti». Non solo. «La situazione meteorologica è molto imprevedibile, praticamente ovunque, ma soprattutto preoccupano l'ondata di freddo in Europa e la siccità in Sud America».
    La stessa Fao, in un rappporto separato, stima comunque una produzione record di cereali: 2,33 miliardi di tonnellate (+3,6%), 4,6 milioni in più di quanto indicato a dicembre.
    Anche l'Usda prevede raccolti da primato. Nel caso di grano e riso, inoltre, ha ulteriormente alzato la stima sulle scorte di fine stagione: un abbondanza che potrebbe temperare gli effetti della scarsità di mais e soia.
    Gli stock di mais, già attesi ai minimi da 16 anni negli Usa, raggiungeranno livelli precari anche a livello mondiale: 125,35 milioni di tonnellate (contro i 128,14 previsti in dicembre), pari al 14,4% dei consumi. Il rapporto non era mai stato così basso dal 1974. Per l'Argentina, secondo esportatore dopo gli Usa, la stima di produzione è stata abbassata da 26 a 22 milioni di tonn.
    Quanto alla soia, le previsioni per l'Argentina calano da 50,5 a 48 milioni di tonn. (ma la Borsa dei cereali di Buenos Aires ha detto ieri di aspettarsene 46,2), quelle per il Brasile da 74 a 72 milioni di tonn. L'anno scorso i due Paesi avevano prodotto in totale 124,5 milioni di tonn. Le scorte globali, avverte l'Usda, scenderanno sensibilmente rispetto al 2010-11: da 68,9 a 60,28 milioni di tonn. E a mantenere i prezzi in tensione potrebbe contribuire un'accelerata delle importazioni cinesi, finora moderate, ma che Pechino stessa nei giorni scorsi ha anticipato saranno da primato: 55 milioni di tonnellate (+5,2%).

  10. #489
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    Rialzo per le scorte di stagno, +9,23% a 9.995 tonnellate, di nichel (97.218 tonn e +2,8%), alluminio e zinco, +1,85% a 5.120.650 tonn. e +1,67% a 850.250 tonn. In calo rame e piombo che concludono la settimana con un calo del 2,04% a 306.375 tonn. e dello 0,73% a 379.800 tonn. A Shanghai, le scorte di rame hanno segnato un + 9,6% settimanale a 217.142 tonn.


    Arrivano i titoli di Stato
    italiani in versione Etf

    Deutsche Bank offre da lunedì 20 all’Etfplus i primi
    fondi indice con sottostante Bot, Btp, Cct e Ctz

  11. #490
    Moderatore L'avatar di Grifo104
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